Nel panorama sempre più affollato del cortometraggio horror indipendente, capita raramente di imbattersi in un lavoro capace di imporsi per coerenza visiva e coraggio narrativo fin dai primi fotogrammi. Sirens di Slade Wilson è uno di questi casi.

Il corto fa parte di Six Songs, antologia prodotta da Domiziano Cristopharo che raccoglie sei lavori di altrettanti registi, ognuno con la propria visione, ognuno con il proprio linguaggio. Uniti tutti dallo stesso filo conduttore: la musica.
Il film ruota attorno a due uomini e a un bosco che non ha intenzione di lasciarli andare. Fin dai primi minuti si percepisce un peso, qualcosa che grava sull’atmosfera ancora prima che la storia lo dichiari apertamente. Slade Wilson te lo mette in chiaro senza troppi giri di parole. Non ti prepara, non ti avverte. Ti mette davanti alla cosa e ti lascia lì. È una scelta coraggiosa, soprattutto per un corto, dove ogni minuto conta e la tentazione di spiegare tutto è sempre dietro l’angolo. Wilson resiste. E quella resistenza si sente.
Poi arriva lei. La sirena. Nel bosco, non in mare. E già solo questo ti manda fuori asse. Spostare una creatura mitologica dal suo habitat naturale e metterla tra gli alberi è una scelta che potrebbe sembrare una trovata e invece diventa il cuore di tutto. Wilson non la usa come semplice meccanismo di vendetta narrativa, non è una caccia al cattivo nel senso classico del termine. È qualcosa di più strano, di più disturbante. La creatura diventa quasi uno specchio di quello che questi uomini si portano dentro, una presenza che non giudica ma rivela. E in un panorama horror saturo di mostri urlanti e jumpscare facili, questa scelta narrativa ha un peso specifico tutto suo.

Sul piano tecnico, Sirens fa una cosa che il cinema horror contemporaneo ha quasi smesso di fare: si affida agli effetti pratici. C’è un peso fisico nell’effetto pratico, una materialità che nessun effetto digitale riesce ancora a replicare davvero. Si sente che c’è qualcosa di reale davanti alla camera, e esteticamente per l’horror si rivela la scelta più azzeccata. La regia ha ritmo, ha polso, sa dove mettere la camera e soprattutto sa quando non muoverla. C’è una maturità nel montaggio che sorprende, una capacità di costruire tensione attraverso la sottrazione piuttosto che l’accumulo. Meno è più, sembra dire Wilson. E ha ragione.
Vale anche la pena spendere una parola sul contesto in cui questo lavoro nasce. Six Songs non è un progetto qualsiasi. Cristopharo, nome di riferimento nell’horror italiano indipendente, ha messo insieme sei voci diverse con un criterio preciso, e il risultato è un’antologia che funziona proprio perché ogni segmento porta qualcosa di personale, di riconoscibile. Sirens in questo senso è forse il capitolo più coraggioso, quello che si prende più rischi e li vince.
Il corto è stato sottoscritto al Mountain of Madness Horror Film Festival. E a ventisette anni, Slade Wilson ha già capito una cosa che molti registi non imparano mai: il vero orrore non è nel bosco. È negli uomini che ci entrano.




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