Nel ‘97 Satoshi Kon porta sul grande schermo Perfect Blue, un film che si presenta come un horror e che a distanza di decenni continua a scavare sotto la pelle dello spettatore; qui a essere rappresentata è proprio l’angoscia mentale che alimenta dubbi crescenti su…
Ma hey, questo è reale o è solo frutto della mia immaginazione?


Per capire l’impatto di questo film bisogna guardare chi lo ha creato perché se Hayao Miyazaki è il lato magico e universale del cinema d’animazione, Satoshi Kon ne rappresenta la versione più oscura e adulta che trascina lo spettatore in un labirinto tra sogni e realtà proprio come succede in film come Paprika, dove mescola diversi generi per dare vita a un horror psicologico moderno che racconta il dramma di perdersi dentro il proprio sé virtuale.
Fin dalle prime scene la storia si concentra su Mima Kirigoe, una giovane idol che decide di abbandonare la musica per intraprendere la carriera di attrice… e qua sembra una semplice narrazione di cambiamento, no?
Ma ecco che questa strada, ben presto, si trasforma in qualcosa di terribilmente orribile…

L’atmosfera intorno a lei si fa pesante e ogni suo gesto sembra finito sotto la lente di ingrandimento di occhi invisibili; mentre accetta ruoli distanti dall’immagine innocente che il pubblico aveva di lei, il suo corpo diventa un oggetto da esporre e la sua coscienza comincia a corrodersi sotto il peso delle aspettative altrui, portando a una disintegrazione del suo io che lo spettatore percepisce in modo costante.
Dopo un po’ succede che Mima scopre un sito che racconta ogni minimo dettaglio della sua vita, e la paranoia cresce come se qualcuno la stesse controllando in ogni istante( grandissima rappresentazione di come, purtroppo, la vita online trasformi ogni gesto di giudizio e di come la crisi prendano vita nella propria mente. A questo si aggiunge un incubo, un fan ossessionato che la segue ovunque, convinto di poter possedere la “vera Mima”.
Il tutto viene sviluppato come un labirinto mentale, con scene che si intrecciano senza dei veri segnali chiari, rendendo difficile distinguere realtà e allucinazione, facendo sentire chi guarda, perso così come la protagonista. Kon gioca con il tempo e la percezione, creando momenti che sembrano quasi sospesi o fuori sequenza da poter immergere lo spettatore nella confusione mentale di Mima e alimentare la tensione del thriller psicologico.
Mentre Mima lotta tra chi vorrebbe essere e chi il mondo la costringe a diventare, noi iniziamo a percepire la sua stessa fragilità. Alcuni film come Black Swan e Requiem for a Dream di Darren Aronofsky, trattano temi simili ma che Kon decide di lasciarci in confusione.
Nel confronto finale si scopre che la minaccia non è soltanto esterna e quindi ci si va a chiedere… Esattamente la minaccia dove si trovava?

[ ! ATTENZIONE DA QUI IN POI SEGUONO SPOILER SUL FINALE ! ]
La persona che ha alimentato l’ossessione e scatenato questo incubo di violenza è proprio Rumi, ovvero la manager di Mima, incapace di accettare la trasformazione della giovane e che anzi arriva a credersi lei stessa la versione pura e innocente della oramai ex idol, tentando di voler eliminare quella adulta e autonoma. Questo ribaltamento sposta il conflitto dal stalking a qualcosa di più forte, perché non è solo il pubblico a voler controllare Mima, ma chi le è più vicino. Dopo lo scontro e il ricovero di Rumi in una clinica psichiatrica, la narrazione si quieta solo in apparenza e quindi…perché?
Mima va a trovarla e vede una donna che vive ancora nella propria illusione, uno specchio distorto di ciò che lei stessa avrebbe potuto diventare. Ma nemmeno l’ultima scena offre una consolazione totale…
Secondo diverse interpretazioni, il finale non dà una risposta definitiva, come suggerisce Kon, il film mostra un’identità in continua trasformazione, soprattutto quando Mima dice “No, sono io quella vera”, affermando a se stessa la propria verità, ma restando aperto al dubbio e lasciando allo spettatore la libertà di decidere cosa sia reale o meno.

La storia di Mima ricorda quanto le identità virtuali e le immagini che costruiamo online possano diventare potenti o addirittura pericolose tra l’altro capaci di prendere la vita propria e di influenzare su chi siamo davvero.
E voi siete davvero sicuri che l’immagine che proiettate ogni giorno sugli schermi sia davvero la vostra?




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