Uscito nel 1999, Audition è il film che rivela Takashi Miike all’Occidente, prima che il suo nome diventi sinonimo di culto e di cinema estremo. All’interno di una filmografia sterminata e disomogenea, l’opera resta un punto fermo: non solo per la sua potenza disturbante, ma perché contiene il senso più profondo del cinema di Miike e contribuisce in modo decisivo alla definizione del J-horror di fine anni Novanta, insieme ai lavori di Hideo Nakata e Kiyoshi Kurosawa.


Sette anni dopo la morte della moglie, Shigeharu Aoyama è un uomo sospeso. Produttore televisivo, benestante, apparentemente sereno, vive una quotidianità ordinata che però non riesce a colmare un vuoto profondo. È il figlio adolescente Shigeiko a spingerlo a rimettersi in gioco, a cercare una nuova compagna. Il pretesto arriva grazie a un collega: una finta audizione per attrici, organizzata per un film che non verrà mai girato. Un inganno accettabile, quasi elegante, per osservare, valutare, scegliere. Tra le tante candidate, Aoyama posa lo sguardo su Asami, giovane, timida, remissiva. Un’apparizione in bianco, fragile e silenziosa, che sembra incarnare un ideale femminile rassicurante. Anche quando il suo curriculum si rivela falso, Aoyama decide di ignorare gli allarmi. Vuole conoscerla. Vuole crederle.
A differenza di altri film del regista, Audition sceglie l’inganno. Il suo primo segmento si presenta come un mélo giapponese quasi convenzionale: i toni sono sommessi, i ritmi dilatati, le musiche di Kōji Endō accompagnano una malinconia trattenuta. Miike osserva un uomo solo, un padre che non comprende più il mondo che lo circonda, e un Giappone attraversato da una solitudine generazionale diffusa. È un Paese in cui alcuni sfogano il disagio in un concerto punk, altri nella pornografia. Aoyama sceglie una via socialmente accettabile, ma non meno ipocrita: mettere in scena una selezione femminile, costruita su misura dei propri desideri.

L’audizione diventa così una pantomima di potere. Aoyama cerca una donna più giovane, docile, avvenente: una figura che risponda perfettamente al modello femminile imposto da una società ancora profondamente neo-confuciana e patriarcale. Asami finge di aderire a quel ruolo. La sua performance è impeccabile: abiti candidi, voce bassa, sguardo abbassato. Un provino nel provino, una recita che nasconde un abisso. Quando il film cambia passo, lo fa senza avvertire, lasciando emergere una realtà che era sempre stata lì, sotto la superficie.
È nell’ultimo segmento che Audition getta definitivamente la maschera e si consegna alla storia del cinema. La deriva thriller e grandguignolesca non è un semplice shock tardivo, ma la rivelazione di una struttura fondata sulla menzogna reciproca. Miike mette in scena una dualità uomo-donna dai contorni sadomasochistici, in cui i ruoli di dominante e dominato, attivo e passivo, possono ribaltarsi, ma nessuno è innocente. La violenza estrema non arriva dal nulla: è il rovescio speculare di ciò che il film ha mostrato come “normalità”. Anche la scena di sesso tra Aoyama e Asami, apparentemente intima e consensuale, risulta disturbante, rigida, innaturale quanto gli orrori finali.

Con uno sguardo retrospettivo, figlio della sensibilità contemporanea, è impossibile non leggere Audition anche in chiave femminista. Il film espone senza filtri l’assenza di vie d’uscita per una donna sola, schiacciata da uno status quo oppressivo. Asami non nasce mostro: lo diventa. È il prodotto di un sistema che l’ha mutilata emotivamente e simbolicamente, usandola, scartandola, riducendola a oggetto. Miike non assolve la violenza, ma la inscrive in una logica sociale precisa, mostrandone le cause prima ancora degli effetti.
La sceneggiatura di Daisuke Tengan, tratta da un racconto di Ryū Murakami, trova nella regia di Miike un adattamento libero e personale. Il personaggio di Aoyama assume sfumature hitchcockiane: un uomo apparentemente ordinario, la cui colpa non è tanto l’essere un carnefice consapevole, quanto l’incapacità di vedere davvero chi ha di fronte. La sua arroganza è silenziosa, normalizzata, e proprio per questo profondamente inquietante.

Il celebre epilogo, con Asami che sussurra “ora non puoi più muoverti”, è diventato leggendario non solo per la sua ferocia visiva, ma per la coerenza con cui Miike ha disseminato, fin dalle vicine sequenze iniziali, i segni di un incubo imminente. Audition non tradisce lo spettatore: lo accompagna lentamente verso l’inferno, rendendolo complice della propria cecità.
A più di venticinque anni dalla sua uscita, il film resta uno dei vertici del cinema giapponese contemporaneo e un’opera chiave del cinema dell’estremo. Non perché mostri l’irrappresentabile, ma perché costringe a riconoscere che l’orrore non è un’eccezione, bensì una possibilità inscritta nella normalità. Tra sangue, silenzi e sguardi che non concedono appigli, Audition continua a ricordarci che sotto la superficie delle convenzioni sociali si nasconde spesso una ferita aperta. E che ignorarla non la farà mai guarire.




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