Una donna è in casa col marito, le cose non vanno più bene come una volta. Lei ha deciso di lasciarlo. Lui non ci sta e risponde dicendo che se lei lo farà, lui si suiciderà. Dopo una colluttazione nella quale lui colpirà lei, l’uomo viene cacciato di casa e salirà sul tetto della stessa per cadere (inciampando o di proposito?) sulla strada, morto, dopo un volo di diverse decine di metri.

Ed è qui che parte “Men”, dai sensi di colpa della nostra protagonista Harper Marlowe (una grandiosa, come sempre, Jessie Buckley). Il dubbio che si porta dentro la sta divorando e decide così di prendersi una pausa affittando una casa accanto ad un bosco per riprendersi dal trauma della morte del marito. All’arrivo, ad aspettarla, c’è il proprietario Geoffrey. Un uomo apparentemente gentile ma che trasmette viscidume, che la accoglie facendole vedere la casa. Harper, che ogni tanto verrà chiamata da una sua amica in pensiero per lei, comincerà ad esplorare il bosco e il paese circostante, venendo constantemente importunata da vari uomini del posto, soprattutto da un uomo nudo che la minaccerà cercando di entrarle in casa.

Alex Garland ci regala un assurdo folk-horror dai sottotesti femministi. Tutte le immagini, i posti inquietanti, la solitudine della protagonista e gli inquietanti uomini del posto servono a raccontare del superamento di un trauma enorme. Una donna che cerca di capire quanto di sbagliato ha fatto e allo stesso tempo di quanto sia in realtà senza colpe. Cercherà di farlo nonostante il mondo le dica in tutti i modi quanto ci sia di sbagliato nel suo essere indipendente. Dai poliziotti al proprietario di casa (tutti interpretati dallo stesso grande attore, Rory Kinnear).

Ma il personaggio più inquietante rimane il prete. Un uomo che ha deciso di dedicarsi alla fede, ma che dispensa giudizi sull’operato di Harper in una maniera glaciale e vomitevole. La protagonista si troverà nel bel mezzo in un mondo maschilista (che poi è il nostro mondo) e proverà in tutti i modi a sfuggire alla grinfie di una dominazione. Rischierà di cadere preda dei suoi sensi di colpa (giusti o non giusti che siano) e di perdere la partita contro una società che vuole farla sentire inferiore e colpevole di ciò che non ha fatto.

Garland lavora con le immagini, cercando di lavorare poco sui dialoghi e sugli spaventi facili. Ci regala una fotografia immensa e momenti horror splatter di altissimo livelli. Con un finale al cardiopalma che terrà lo spettatore attaccato allo schermo e con il disgusto addosso. Garland ci racconta una parte malata della nostra società, accusa, fa un discorso, va dritto per dritto e lo porta a compimento in un finale totalmente fuori di testa.

(SPOILER) L’uomo, colpevole di non distaccarsi da una società patriarcale (forse perchè non può?), cerca di spaventare e poi dominare la protagonista. E comincia ripetutamente a partorire se stesso in forme diverse. Le diverse forme che vediamo nel film, i personaggi maschili, ognuno simbolo di un tipo diverso di maschilismo (da quello cortese e tradizionale a quello dominatorio e violento). Come in un continuo loop, nel quale l’uomo, cambia la forma esterna per non cambiare mai veramente all’interno.

E l’ultimo ad essere partorito sarà proprio il suo ex ragazzo morto (un bravo, anche se poco presente, Papa Essiedu), ma questa visione non riuscirà minimamente a cambiare nulla. Perchè per cambiare veramente ci vuole il tempo e soprattutto la voglia. E la donna sarà ancora lì sola a combattere, ma non veramente sola. Forse ci sarà l’aiuto di chi vuole veramente cambiare qualcosa nel mondo.
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