
Alcuni anni dopo essere riuscito a uccidere il serial killer di bambini conosciuto come il Rapace (Ethan Hawke) ed essere scampato al suo terrificante sequestro grazie ai messaggi dei fantasmi delle vittime, trasmessi attraverso un vecchio telefono nero disattivato, Finney ha ormai 17 anni. Ma la sua vita tranquilla sta per essere di nuovo sconvolta da eventi macabri.
Quando i sogni premonitori della sorella Gwen diventano troppo inquietanti per essere ignorati, i due partono per un campeggio invernale, dove scopriranno un mistero legato a decenni passati e
soprattutto alla figura della loro madre.
Si tratta del sequel del successo Black Phone con il ritorno del regista Scott Derrickson, dello sceneggiatore C. Robert Cargill e di parte del cast originale, per ampliare l’universo nato dal racconto di Joe Hill (sì, il figlio di Stephen King).

Un ritorno tra sogni, fantasmi e traumi
Quattro anni dopo essere sopravvissuto al Rapace, Finney Blake vive ancora segnato dal suo passato. Ma quando Gwen inizia a ricevere chiamate nei sogni e a vedere tre ragazzi inseguiti in un campeggio innevato, i fratelli decidono di affrontare l’incubo. L’assassino, ora più potente nella morte che in vita, sembra volerli trascinare con sé in un gioco psicologico e soprannaturale. Derrickson riprende il suo stile inconfondibile: fotografia granulosa, ritmo controllato, ambienti carichi di tensione. Anche se la sorpresa del primo film non può più essere replicata, questa volta il regista costruisce un racconto più libero, dove il mistero si rivela a poco a poco, anche se talvolta le spiegazioni non convincono del tutto o restano troppo superficiali per la densità che la storia promette.
Gwen al centro della scena
Il film compie una scelta coraggiosa: spostare i riflettori da Finney a Gwen, vera protagonista del sequel. E Madeleine McGraw è semplicemente straordinaria. La sua Gwen, sensitiva impulsiva e
impertinente, è il cuore emotivo del film. Finney, invece, finisce nell’ombra, perdendo parte della malinconia adolescenziale che aveva reso il primo capitolo un potente racconto di crescita e trauma. Le sequenze dei sogni premonitori di Gwen sono tra le migliori: Derrickson lavora con il silenzio, con luci spente e immagini crude che ricorda Sinister (2012).


Black Phone 2 è un vero crocevia di influenze horror: dai classici slasher, prende l’ambientazione isolata del campeggio e la struttura a eliminazione; da Shining, eredita il gelo e l’atmosfera claustrofobica; ma il riferimento più evidente è a Nightmare, il Rapitore diventa una sorta di Freddy Krueger, capace di uccidere nei sogni e di colpire nel mondo reale.

Verdetto finale
Questa volta la storia ruota attorno a una Gwen furiosa e determinata, e Madeleine McGraw regge l’intero film come se avesse atteso per anni quella “chiamata”. Mason Thames rimane intenso, anche se più in ombra, mentre Ethan Hawke torna come un’apparizione onirica, ancora più inquietante e sfuggente del passato. Pur con qualche dialogo esplicativo di troppo e un finale un po’ autoindulgente, la pellicola riesce a espandere il suo universo con coerenza e stile, mescolando paura, tensione e emotività.




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