Un virus si abbatte sulla Corea del Sud e infetta le persone. Questo è il più classico inizio dei film con gli zombie. “Train to Busan” di Yeon Sang-ho non fa eccezione. Mentre la pandemia sta iniziando, Seok-woo (un agente di borsa) sale su un treno con la sua figlioletta Soo-an per portarla dalla madre a Busan. Sullo stesso treno ci sono (tra gli altri) l’operaio Sang-hwa e la moglie gravida Seong-kyeong, il liceale Yong-guk e l’amica Jin-hee, due sorelle anziane, un senzatetto che sembra aver perso il senno e il ricco amministratore delegato Yon-suk.

Un attimo prima che le porte si chiudano, una ragazza già infettata sale sul treno. In preda alle convulsioni viene trovata da un’assistente del treno. La donna si trasforma rapidamente in zombie, morde l’assistente ed inizia così ad espandersi nel treno l’epidemia. Subito si scatena il caos e le persone cominciano a scappare per mettersi in salvo, nella claustrofobia dei vagoni chiusi, cercando di capire come sopravvivere. Train to Busan fa quello che dovrebbe fare ogni film di zombie che si rispetti: essere politico. Usare l’argomento per raccontare la società capitalista con tutte le sue storture e i suoi difetti. Disturbando cercando di raccontarci l’orribile presente in cui viviamo.

E già dopo pochi minuti vediamo la prima divisione che si crea. Quella tra chi pensa a salvarsi e chi pensa a salvare gli altri. E questo viene fuori nel rapporto non proprio idilliaco tra Seok-woo e sua figlia. Lui, come agente di borsa, ha ormai imparato a pensare solamente ai suoi problemi. E sarà la figlia a ricordargli l’importanza dell’altruismo. Succede ciò mentre vediamo persone che non fanno altro che calpestarsi a vicenda nel panico generale. E capiamo che il disastro vero non è tanto nella pandemia in sè, ma nell’essere umano che non riesce a collaborare e a restare unito difronte al male che sopraggiunge. Non riesce a capire che nell’aiutare l’altro si aiuta prima di tutto se stessi. Cosa che solo la bambina, nella sua ingenuità forse, ma soprattutto nella sua innocenza, riesce a capire.

Lentamente, dopo svariate morti e corse sfrenate, si crea la forza del gruppo. I personaggi cominciano a conoscersi e a capirsi. E anche se non hanno molto in comune tra loro, riescono a collaborare e a rimanere in vita. La forza di questo gruppo si contrappone all’uomo potente (l’amministratore delegato Yon-suk). Uomo che passa sopra tutto e tutti pur di mettersi in salvo, anche sacrificando il prossimo. Ma l’uomo potente non è solo meschino perchè se ne frega di chi c’è attorno. Fa anche di peggio, cercando di dare ordini e di creare sempre più divisioni. Infatti in una delle scene migliori del film si crea la divisione tra chi è riuscito a scampare ad uno dei tanti attacchi zombie e chi era chiuso nella carrozza in salvo. Da una parte c’è una sottile metafora dell’immigrato o comunque di chi scappa da disgrazie e ha bisogno di essere accolto e dall’altra ci sono i classici perbenisti, che in una situazione di apparente sicurezza, impauriti dal possibile pericolo, vengono aizzati dal potente di turno contro chi potrebbe mettere in pericolo quella pace temporanea. Ai secondi non importa neanche che il primo gruppo si possa essere salvato perchè nell’ignoranza generale li si porta a segregare il gruppo come fossero degli appestati. Sarà poi chi ha imparato la lezione di aiutare gli altri che verrà infettata da un altro virus, quello della vendetta. Vendetta verso chi ha sbagliato, verso chi ha discriminato, portando l’umanità al vero collasso, quello dell’indifferenza morale. Dove il dialogo è morto e tutti pagano per gli errori che si sono fatti (anche chi non dovrebbe).

In questo film la giovinezza è l’unica a portare dentro sé qualcosa di candido. Il povero è molto più solidale del ricco. Le divisioni sono quasi sempre nette. L’autorità invece è completamente in balia degli eventi. Da una parte è totalmente impreparata e da un’altra parte è sfruttata (e si fa sfruttare) dal potente di turno. Come succede spesso. Obbedendo senza battere ciglio e mettendo costantemente in pericolo tutti quanti. Train to Busan ci parla di molte cose e riesce a farlo sempre con grande grazia, anche dentro un film comunque pieno di sangue e morti a volontà. Ci porta in un mondo vicino al collasso, nel quale dovrebbero cadere tutti i muri che ci dividono dal prossimo. E se qualcuno sarà in grado di tirare giù quei muri, altri non ci riusciranno. E saranno quei muri a fare da ostacolo alla sopravvivenza. Questo è un altro film che ci racconta di quanto in fondo facciamo schifo, ma anche di quanto, allo stesso tempo, abbiamo sempre la possibilità di essere migliori. E quella canzone cantata nell’ultima scena da quel personaggio dovrebbe farcelo ricordare.
Train to Busan è sul canale Far-East di Prime Video.




Rispondi