C’è qualcosa di vagamente irritante nei film sull’alpinismo: fanno sembrare l’impossibile una questione di concentrazione, tecnica e un paio di muscoli ben allenati. “Apex” prende questa illusione e la trasforma in spettacolo puro, con una sicurezza quasi arrogante. E funziona.
L’apertura è un piccolo colpo di genio. La sequenza costruita in apertura del film già impressiona senza chiedere permesso: Sasha (Charlize Theron) e Tommy (Eric Bana) dormono in una tenda sospesa nel vuoto, letteralmente, mentre affrontano la montagna con quella calma surreale di chi ha accettato da tempo che la gravità è più un’opinione che una legge. Non serve spiegare chi sono: basta guardarli.
Il film comunica subito il suo linguaggio, fatto di silenzi, gesti precisi e una tensione che si insinua lentamente.


Poi arriva la tragedia. Prevedibile, certo, ma costruita con mestiere. Da lì, “Apex” cambia pelle: da racconto di sfida con la natura diventa un survival più sporco, più umano, e decisamente più crudele. Sasha si allontana dalle vette e scivola verso un viaggio solitario lungo il fiume, alla ricerca di qualcosa che non ha voglia di nominare. Pace, forse. O semplicemente silenzio.
Peccato solo che il mondo non collabori mai.
L’ingresso in scena di Ben (Taron Egerton) segna il vero punto di svolta. Il film abbandona definitivamente l’idea romantica della natura come rifugio e la sostituisce con qualcosa di più disturbante: il pericolo non è più l’ambiente, ma chi lo abita. Egerton costruisce un antagonista inquieto e imprevedibile, fatto di sguardi e scatti d’ira più che di spiegazioni. E qui “Apex” trova la sua energia migliore, trasformandosi in un gioco al massacro sempre più fisico e viscerale.
Il regista sa esattamente cosa fare con gli spazi. Ogni cascata, ogni grotta, ogni ansa del fiume diventa parte attiva del racconto. Non è solo scenografia, è meccanica narrativa. E quando la macchina si mette in moto, il film corre. A volte anche troppo: l’inseguimento tra Sasha e Ben tende a ripetersi, come se la sceneggiatura avesse deciso che la tensione basti da sola a riempire i vuoti.
Ma c’è un dettaglio che salva tutto: una magnifica Charlize Theron. Non interpreta semplicemente un personaggio forte, lo incarna senza bisogno di dichiararlo. Ogni movimento è credibile, ogni reazione è misurata. Non cerca di impressionare, e proprio per questo domina la scena.

A tutto questo si aggiunge un dettaglio che, pur non esplicitato, resta incollato alla mente e altera sottilmente la percezione dell’intero film: personalmente mi piace pensare che la carne secca venduta da Ben nel negozio a inizio film, e di cui anche la protagonista inconsapevolmente in seguito si nutre, provenga in realtà dalle sue vittime occultate nel canyon boscoso.
Non è qualcosa che il film conferma, né ha bisogno di farlo. Ma l’idea si insinua perfettamente nella sua logica: trasforma un gesto quotidiano in qualcosa di profondamente disturbante e aggiunge un livello di orrore silenzioso che amplifica la natura predatoria del personaggio.


Se “Apex” funziona anche fuori campo, è proprio per suggestioni come questa.
“Apex” non è un film profondo, e non fa nulla per fingere di esserlo. I personaggi restano volutamente abbozzati, il passato è accennato e mai esplorato davvero. Però c’è una certa onestà in questa scelta: niente melodrammi inutili, niente spiegoni. Solo tensione, resistenza e una lotta brutale per restare vivi.
E, sorprendentemente, è quello che basta. Da non perdere!




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