The Profane Exhibit è un’antologia horror estrema che non fa il minimo tentativo di essere accessibile, e “guardabile” nel senso comune del termine. È un film concepito per disturbare, provocare e mettere a disagio lo spettatore, andando a scavare nel lato più depravato, violento e malsano dell’essere umano. Qui non c’è intrattenimento rassicurante, c’è solo una lunga esposizione del marcio, raccontata attraverso episodi indipendenti ma legati da una visione comune: l’uomo come creatura crudele, corrotta e senza limiti morali.


Storie:
- Basement (basato sul caso Fritzl), diretto da Uwe Boll
- Bridge, diretto da Ruggero Deodato
- Mors in Tabula, diretto da Marian Dora
- Tophet Quorom, diretto da Sergio Stivaletti
- Goodwife, diretto da Ryan Nicholson
- The Hell-Chef, diretto da Yoshihiro Nishimura
- Peccati dei Padri, diretto da Nacho Vigalondo
- Manna, diretto da Michael Todd Schneider
- Amouche Bouche, diretto da Jeremy Kasten
- Mother May I, regia di Anthony DiBlasi
Il film nasce come progetto internazionale, con la partecipazione di numerosi registi legati all’horror underground e al cinema estremo.
Non si tratta di nomi scelti a caso: molti di loro hanno costruito la propria carriera sul superamento dei confini del “mostrabile”, su immagini e temi che il cinema tradizionale ha sempre evitato. Questa antologia, infatti, non cerca un pubblico ampio, ma parla direttamente a chi conosce e frequenta l’horror più radicale, quello che affonda le radici negli exploitation movie, nel cinema shock europeo e giapponese, e nel filone pseudo-snuff.
Siamo a Parigi, nelle catacombe nascoste sotto un night club. In questo luogo sotterraneo, lontano dalla luce e dalla società, una setta segreta si riunisce nella cosiddetta “camera delle anime”. Qui i membri raccontano storie di orrore, violenza e depravazione, come se il racconto stesso fosse un rituale. Le storie non servono solo a intrattenere, ma a celebrare il male, a nutrirlo, a renderlo eterno.

I vari cortometraggi affrontano temi ricorrenti che si rincorrono e si amplificano a vicenda. Uno dei più presenti è l’abuso di potere, soprattutto quello mascherato da autorità morale o familiare. Religione, genitorialità e matrimonio vengono sistematicamente smontati e mostrati come strutture capaci di nascondere le peggiori perversioni. La casa, luogo per definizione sicuro, diventa spesso una prigione; la famiglia, anziché proteggere, divora i propri membri; la fede si trasforma in fanatismo sadico.
Un altro tema centrale è il corpo umano, trattato non come qualcosa di sacro o inviolabile, ma come materia da manipolare, violare, trasformare. Il film insiste ossessivamente su mutilazioni, torture, interventi chirurgici, pratiche sadomasochistiche e rituali cannibalistici. Non c’è erotismo nel senso classico, ma una sessualità deviata, fredda, meccanica, spesso legata al dolore e alla distruzione. Il sesso non è piacere condiviso, ma dominio, umiliazione, annientamento dell’altro.

Dal punto di vista stilistico, The Profane Exhibit ogni regista porta la propria ossessione e il proprio linguaggio visivo. Alcuni episodi puntano sull’eccesso visivo, sul sangue che schizza ovunque e sulla provocazione pura; altri sono più lenti, soffocanti, costruiti su silenzi, ambienti chiusi e una sensazione costante di disagio.
Non tutti i cortometraggi hanno la stessa durata o lo stesso impatto. Alcuni sono rapidissimi, quasi degli schizzi di crudeltà, mentre altri si prendono il tempo di costruire una vera e propria discesa nell’orrore. Ci sono episodi riusciti e altri meno incisivi, ma anche quelli più deboli contribuiscono al clima generale di degrado morale. Nel complesso, il film non cerca la perfezione narrativa: privilegia l’esperienza, la sensazione fisica di nausea e oppressione.
La violenza sui più deboli è un altro filo conduttore difficile da ignorare. Bambini, donne, persone malate o incapaci di difendersi sono spesso al centro delle storie. Non c’è compiacimento sentimentale, ma una volontà precisa di colpire lo spettatore dove fa più male. Questo rende il film difficile da guardare e, per molti, inaccettabile. Ma è una scelta consapevole: The Profane Exhibit non vuole piacere, vuole ferire.

Dal punto di vista emotivo, il film è estenuante. Non concede pause, non alleggerisce mai il tono con umorismo o ironia. Anche i momenti più assurdi o surreali sono impregnati di cattiveria. Alla fine della visione resta addosso una sensazione di sporcizia, di malessere fisico e mentale. Ed è proprio questo l’obiettivo dichiarato del progetto: un’esperienza viscerale, che lascia il segno e non si dimentica facilmente.
In conclusione, The Profane Exhibit è un’opera radicale, nichilista e volutamente respingente. È un viaggio negli angoli più bui della mente umana, tra torture, cannibalismo, autolesionismo, violenza sessuale, rituali pagani e fanatismo. Non offre spiegazioni né giustificazioni, non prende le distanze da ciò che mostra. Espone il male in tutta la sua crudezza e lo lascia lì, davanti allo spettatore.

È un film consigliabile solo a chi cerca l’horror estremo nella sua forma più pura e tradizionale, quella che non fa compromessi e non chiede scusa.
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